Troppe versioni differenti di uno stesso fatto, troppe mezze verità, dietro al strage di Santa Giustina in Colle. Una donna, quel 27 aprile 1945, fu catturata dai partigiani (Verzotto afferma in uno scritto di aver visto i suoi documentii, fatto importante questo, poi comprenderete il perché). Liberata in mattinata dai tedeschi viene indicata come la responsabile dell'indicazione alle SS dei partigiani che lei poi avrebbe fatto mettere al muro. Tale donna sarebbe stata ADA GIANNINI. Qui sotto invece, in questa lettera a firma Graziano Verzotto, possiamo vedere come lo stesso abbia "individuato, inseguita senza tregua..." una certa Armida Bocini quale "corresponsabile" della strage; il che risulta strano, avendo egli stesso visto i documenti della Giannini. La donna, la sig. Bocini, in seguito, si farà del carcere e verrà poi scarcerata perché pienamente innocente.  Verrà incriminata anche una seconda donna, Albina Superchi,  che si fa del carcere e viene poi scagionata pienamente. Si indica inoltre una certa Ada Giannini, quale responsabile, a denuncia a firma di Verzotto, dove, in un altro documento invece, riportato qui sotto, scrive che la Ada Giannini "non esiste",  e irtorniamo sempre lì, ma non aveva visto i documenti? Salvo poi accusarla in Tribunale in un mix di continue contraddizioni e versioni differenti. Lascio al lettore la libera interpretazione dei fatti riportati. Studi approfonditi dell'avv. Beghin, nel suo libro "Il campanile brucia" mettono in dubbio che la Ada Giannini sia la vera colpevole ma solo un capro espiatorio per sviare altre responsabilità.

Nessuno ha chiesto scusa alla Sig.a Armida Bocini né alla Sig.a Albina Superchi. NESSUNO!

 

Sopra, l'ingrandimento del documento sconcertante a firma Graziano Verzotto, dove si afferma che la "Giannini Ada non esiste", salvo poi testimoniare contro di essa durante il processo. "Non esiste" dice il Verzotto. "Non esiste". Ma se, Verzotto, contrariamente a quanto da egli stesso dichiarato in alcuni verbali e contrariamente a quanto riportato dai testimoni (non dimentichiamoci che i documenti sono un rincorrersi di "c'ero, non c'ero, c'ero, non c'ero), di non essere stato presente quella mattina, come può quindi testimoniare contro una persona che in altri documenti (vedi sopra e sotto) dice di non conoscere? Riporto dal libro di Ramazzina "Il processo ad Ada Giannini" (pag. 134) : - All'obiezione, l'ex capo partigiano così risponde: "Confermo di non sapere neppure che fisionomia avesse quella donna ... mi limitai a fare il resoconto di quanto mi avevano riferito i miei collaboratori e testimoni... . D'altra parte basta leggere le mie relazioni ufficiali per rendersi conto che in esse non vi è il minimo accenno alla donna".  Sul serio? Eppure gli accenni ci sono eccome. Nella denuncia contro la Giannini sottoriportata addirittura la arresta lui con i suoi uomini!  A questo punto il guazzabuglio è inevitabile. Non la conosce ma osserviamo cosa dichiara in una intervista: " Confermo la mia denuncia in atti. IO PERSONALMENTE PARTECIPAI QUALE COMANDANTE DEI PARTIGIANI DEL LUOGO, ALLA CATTURA DELLA BOCINI (quindi conferma di essere presente quella mattina!, ma non solo, scambia la Bocini per Giannini...!!!) che fu poi liberata dalle S.S. di cui la stessa era interprete. ". Possiamo dire che il tutto è sconcertante storicamente?

  Denuncia originale dove Graziano Verzotto scrive ceh la ADA GIANNINI non esiste. I verbali pieni di contraddizioni lasciano effettivamente aperte tante domande.

Denuncia originale dove Graziano Verzotto scrive che la ADA GIANNINI non esiste. I verbali pieni di contraddizioni lasciano effettivamente aperte tante domande sul perchè di queste palesi contraddizioni.

C'è un documento del Comitato di Liberazione Nazionale (sotto)  sul caso Verzotto, con fatti gravi "accertati". Essere sceso a patti con il nemico, ecc...

 

Elenco di una parte della documentazione dal quale sono stati tratti i testi del documentario.

 

- parte la documentazione utilizzata nel documentario è nota già nota e pubblica e va da un periodo che va dal 1940 al 2015

 

- nei titoli di coda sono indicate larga parte delle fonti

 

- il materiale documentale utilizzato non è stato "tagliato" al di fuori di un contesto

 

-  documenti della busta non sono mai stati editati e ignoti al pubblico

 

 

1)  Documento del Comitato Liberazione nazionale CLN di Padova 21.11.1945 – accusa a Graziano Verzotto di patti con il nemico, consegna armi al nemico, persuasione a favore dell’avversario, rimozione dal grado militare e perdita di qualifica da partigiano.

 

2) documento Comitato Liberazione Nazionale CLN- Padova 21.11.1945 Commissione disciplinare sul caso Verzotto Graziano – crisi che lo indusse a scendere a patti con il nemico. Comportamento non conforme alle esigenze della lotta partigiana, deplorazione del patteggiamento con il nemico, rimozione del suo grado da comandante.

 

3)  ASP-Gabinetto Prefettura – busta n.626 interrogatorio del 23.10.1945 di Amerigo Torresin che certifica il collegamento fra il partigiano Verzotto e le Brigate Nere e la concessione di un porto d’armi avuto dalle brigate nere stesse in favore del Verzotto.

 

4)   ASP-Gabinetto Prefettura – busta n.626 interrogatorio di Verzotto 16.11.1945 sui suoi rapporti con le S.S. tedesche, le Brigate Nere e altre connivenze con il nemico

 

5)    ASP-Gabinetto Prefettura – busta n.626 relazione del colonnello Rivetti Camillo sulla rimozione del grado e la rimozione della qualifica da partigiano.

 

6)  Deposizione autenticata da Verzotto sulla deposizione dell’ex comandante fascista Allegro Alfredo sull’accordo fra partigiani, comandati da Graziano Verzotto, le SD tedesche e la consegna di armi del Verzotto ai tedeschi.

 

7)  Testimonianza di Giacomo Grunfeld contro Verzotto perché invitato dal Verzotto stesso a consegnarsi alle SS tedesche a cui seguono dichiarazioni cartacee e documentate dello stesso tono (consegna moschetti, patti con il nemico, ecc…), di Zorzi Gino partigiano Garibaldino, di Bruno Ballan, denuncia a carico del Verzotto (con specifica sul patto partigiani e Brigate Nere), dichiarazione di Mario Finco, dichiarazione di Bonaldo Bruno, dichiarazione di Marcello Bassano (che testimonia che il Verzotto dormiva tranquillamente nei locali delle Brigate Nere), dichiarazione di Pinton Maria di Florindo di anni 18 e di Mancon Ginevra di anni 57 ( accusano il Verzotto di perquisizione nella loro casa assieme a tre soldati tedeschi)

 

8)  Verbale di Graziano Verzotto alla Corte straordinaria di Assise sulla colpevolezza di Armida Boccini quale corresponsabile della strage di Santa Giustina (risultata poi innocente e scarcerata)

 

9)  2 denunce a carico di Giannini Ada scritti di pugno da Graziano Verzotto ma con due firme differenti (Graziano Verzotto e Santoro Imperio)

 

10)  Giornale Il Candido del 27.02.1945 intitolato “Verzotto Il Boia” da pag. 5 a pag. 10

 

11) 16 (sedici) pagine manoscritte dal Verzotto, in possesso in originale dallo Storico Enzo Ramazzina, nelle quali si notano parecchie contraddizioni oggettive su storie raccontate dallo stesso in altre documentazioni

 

12)  Intervista video al Signor Colombo Tollardo scampato all’eccidio. Luglio 2015 e novembre 2015

 

13)  Intervista video al testimone oculare Franco Giustino (che vide Verzotto presente in canonica durante i combattimenti, fatto sempre smentito dal Verzotto)

 

14)  Documento del 13.10.1945 a firma Graziano Verzotto alla Corte d’Assise straordinaria di Padova il quale in qualità di Tenente della Polizia Ausiliaria smentisce che la Ada Giannini (che poi riconoscerà lui stesso, fra i responsabili della strage) "sia mai esistita".

 

15)  Documentario del Messaggero di Sant’Antonio con video interviste realizzato nel 1995 con specifica intervista a testimone partigiano che conferma presenza di Graziano Verzotto, (uno dei nodi centrali della ricerca) durante i combattimenti

 

16)  Intervista all’interno del documentario allo storico Egidio Ceccato (biografo anche delle vicende di Graziano Verzotto) il quale conferma un patto fra Graziano Verzotto e i suoi partigiani, le SS, le forze di sicurezza tedesche SD, le Brigate nere, e il Clero.

 

 

 

 

1) Guerrino Citton “Le tre brigate partigiane” del 2006 pag. 29,30,93,94,327,384,459,460,461,462,463,464,468,475,479,480,482, e altre 40 pagine

 

2) “Il Campanile brucia” dell’Avvocato Giancarlo Galileo Beghin del 2005

 

3) “Il Processo ad Ada Giannini” di Enzo Ramazzina del 2003

 

4) “Gli anni della Seconda Guerra Mondiale” di Enzo Ramazzina del 2002

 

5) “Dal Veneto alla Sicilia” di Guerrino Citton del 2008

 

6) “Il Sacrificio dei Padovani” di Fabris Menzato del 1995

 

7) “Santa Giustina in Colle attraverso i documenti dell’archivio comunale” a cura di Beghin/Ragazzina del 1990

 

8) “La cronistoria del parroco di Santa Giustina in Colle” di Pierantonio Gios del 1995

 

9) “Il sangue e la memoria” di Egidio Ceccato del 2005

 

10) Diario personale del testimone oculare L. Bragadin

 

11) Giuseppe Ruffato “Alba di Libertà” del

 

 

 

Procura Militare della Repubblica presso il Tribunale Militare di Padova

 

Fascicolo n. 1346/96-429/97

Fascicolo n.3295

Fascicolo n. 194696-42997 di cui abbinati

1946/96 -1953/96-728/95-234/91 RGNR

Fascicolo 1953/96

425/97 volume III

Fascicolo 728/95 e 316/05

 

 

Si citano gli interrogatori della commissione americana sui crimini di guerra tenutasi a Santa Giustina in Colle nel luglio del 1945.

 

Inoltre sono stati utilizzati e analizzati articoli di quotidiani, settimanali e mensili. Ulteriori testimonianze registrate, pagine web e altra documentazione come sopra , non utilizzata per motivi di spazio narrativo video,nel documentario.

 

L'unica operazione "inedita" effettuata dal sottoscritto per la stesura del documentario è stata quella di leggere i documenti in larga parte noti da decenni, in parte poco noti, con alcuni documenti inediti inediti e rari, interlacciandoli fra di loro con altre fonti, come testimonianze e quanto sopra elencato, analizzati per la prima volta in un quadro sinottico degli avvenimenti.

 

 

Un fatto altresì interessante, ma incapibile a livello personale, è che le immagini del documentario riportano in video i documenti originali che non danno adito ad interpretazioni "altre" da parte dello spettatore; chiunque sia.

PAGINE IN EVOLUZIONE

Una logica domanda di GIUSTIZIA. Un logico dubbio.

 

Per quale motivo contro Ada Giannini in Tribunale ci sono ben 25 testimoni contro e/o su di lei, (ricordiamoci delle venti denunce contro la Bocini... sic!) mentre quando arriva la Commissione di Inchiesta Americana per individuare i responsabili della strage, ce ne sono solo alcuni per di più lontani dal luogo dell'esecuzione che forniscono dati contraddittori? Per quale motivo? Notare poi che molti di questi testimoni non riconoscono la Giannini e che, curiosità, le parole usate per descrivere i vestiti e le calzature della Giannini sono "fotocopia" l'una dell'altra senza una minima virgola di uso di parole differenti. Il che, ad un lettore attento che vuole approfondire,  non può sfuggire e lascia aperti molti dubbi.

Sotto. Manifesto a firma Kesserling e Relazione di Verzotto il quale afferma "noi"... che furono uccise due S.S. - Tecnicamente c'è la responsabilità diretta dell'uccisione degli ostaggi in quanto il paese era tappezzato da manifesti che avvisavano del fatto che sarebbero stati uccisi 10 ostaggi per ogni soldato ucciso e che Don Lago avvisava di questo anche in Chiesa. (fra le varie fonti intervista a Colombo Tollardo, uno dei sopravvisssuti e testimone della strage che afferma: "Don Lago lo diceva in Chiesa... il paese era pieno di manifesti". Queste dichiarazioni contrastano con quando afferma Graziano Verzotto (Gazzettino 26/4/2008) che: "Non pensavo che l'esercito tedesco in ritirata potesse commettere tali atrocità". Peccato che oltre ai testimoni che affermano della visione delgi avvisi e che don Lago lo affermasse... c'era pure Radio Londra che parlava di queste rappresaglie. A chi credere allora?

Uno dei tanti tipi di manifesti con ammonimenti alle rappresagli affissi in tutta italia, anche a Santa Giustina in Colle (Pd)

Dove sta scritto che i tedeschi cercano Verzotto? Una fonte principale per la realizzazione del documentario "La Memoria di Giano" è stato il libro dell'Avv. Giancarlo Galileo Beghin,  IL CAMPANILE BRUCIA. Pag. 156. (ed. 2005)  All'interno scopriamo che sono state intervistate 69 persone fra testimoni oculari o persone presenti quel giorno dell'eccidio. Quello che afferma il regista Quattrina all'interno del documentario. Oltre ad altre testimonianze. Quello che fa piacere è sapere che dopo la pubblicazione di quanto sopra, a Santa Giustina in Colle ci sia una ricerca del libro...


Un caso complicato... e ancora in fase di studio.

Non citato nel documentario perchè non rientrava nella filologità della sceneggiatura, ma degno di interesse, appare il libro di Lino Scalco "Volontari della libertà" dove una serie di testimonianze riportano il fatto che i partigiani nemmeno sapevano chi era Graziano Verzotto. Degna di nota a Pag. 167 si legge: "Quanto a Graziano Verzotto, tutti negano di averlo mai conosciuto durante la guerra di Liberazione; lo si considera nè più nè meno che un avventuriero e un traditore, insomma peggio del fumo negli occhi". Ritroviamo queste parole a pag. 462 del libro le tre Brigate Partigiane Damiano Chiesa. (2006). Nel libro i Volontari della Libertà troviamo altre affermazioni giurate delle stesso tono sulla "inesistenza" come capo partigiano di Verzotto, mentre nel libro di Citton si porta come prova  dell' "esistenza partigiana" di Verzotto la citazione di un marconi gramma con richiesta di lancio che così recita: "300 uomini di cui 50 armati zona Camposampiero ordini ten. Verzotto Graziano campo 62 lat 45° 34' 30 " long o° 34' 45"W alt segnali... cut".  Ma...

 

Ma guardate sotto una cosa che nessuno ha mai pensato di andare a vedere... dove è la zona di lancio... (continua a breve)

In Francia, duecento km sopra Bordeaux? Stesse coordinate le riporta Gianni Conz a pag. 136 del suo libro "Resitenza e liberazione".

Mero errore o c'è altro sotto? E' legittimo da storici chiederselo? Il documento può essere giudicato autentico? Come è possibile sbagliarsi di 700 km? La storia è in fase di studio e di certo riserverà delle sorprese. Ma la domanda è... ci voleva un regista per notare questi avvenimenti bizzarri?

 

Si studia... il caso.

Nonostante il documento sopra riportato Verzotto dichiara solennemente di non essere stato presente quel giorno in Paese. "uccidemmo due S.S.". Dice . Ma... ma allora... se fosse vero questo... la rappresaglia per i due tedeschi uccisi non sarebbe riferita ai due tedeschi uccisi giorni prima... Ma anche qui... Se fosse vero che avessero ucciso due tedeschi i giorni prima (e le S.S. lo avessero saputo) e lo stesso giorno i morti avrebbero dovuto essere 40... ma così per fortuna non fu.  Ogni verbale, ogni scritto, ogni dichiarazione cozza e va in contrasto con le altre. La domanda che ci si pone è: possibile che nessun storico, nessun ricercatore si sia posto mai queste domande? Possibile che per 70 anni nessuno mai abbia intrecciato i dati e visto le innumerevoli incongruenze degli scritti e  dei documenti?  E sotto il documento incongruente con le stesse dichiarazionei del Verzotto. Sopra dice: "Personalmente partecipai alla cattura della Bocini... (Giannini)". Quindi afferma che alla mattina c'era. E poi guardate sotto? "Riaffermo solennemente che quell mattina non ero in paese". Quindi? Comunque dopo 70 anni esiste una testimonianza di chi lo vide uscire dalla canonica ed è riportata nel documentario. Ma non solo, la vedetta del campanile, tale Libralon, afferma che da sopra guardavano le mosse dei tedeschi per riferirle al Verzotto il quale dava ordini...  ( dal libro di Beghin "IL CAMPANILE BRUCIA"). Per curiosità relativamente al documento sopra riportato... due ultime righe. La porta non venne squarciata... resistette perchè in legno pesantissima. I tedeschi entrarono dalla canonica. Che dire...

 

UN DOCUMENTO UFFICALE CON MOLTE LACUNOSITA'

Nella sua dichiarazione giurata Graziano Verzotto dichiara: "dichiaro... nel presto mattino del 27 aprile 1945 alla testa dei miei partigiani tenevo la piazza  (da intendersi proprio come luogo fisico la piazza della Chiesa) ". Quindi è lì. Lo afferma anche la vedetta Librallon in un'intervista. Continua Verzotto: ".. quando (io) ebbi modo di fermare un camion cucina... fra cui una interprete italiana che era in molta dimestichezza con i tedeschi la quale dai documenti portanti con se risultava essere tale Ada Giannini". ( ma come? Se poi ribadisce che la Ada Giannini non esisteva!!!) . E continua certificando di avere provocato morti e feriti. Poi scrive che "ci piombò" addosso una preponderante forza nemica. Verzotto scrive bene, non mette frasi a caso. Perchè non scrive: "piombò addosso ai miei uomini?".

 

Le domande. Perché Verzotto giura solennemente che quella mattina non c'era?  E qui invece si? Perchè se l'ha vista e interrogata poi riconosce come Giannini la Bocini e la Superchi e poi ritratta? Perchè afferma se aveva visto i documenti che la Giannini non era mai esistita? Se è vero che uccisero due tedeschi non sapevano delle rappresaglie? Allora, se questo documento dice la verità... la rappresaglia avvenne  forse per i due tedeschi che Verzotto e suoi partigiani comandati da lui uccisero e non per quelli precedenti?

 

I dubbi sono tanti, troppi. Se, come ha giurato solennemente (vedi documenti) non c'era, per quale motivo scrisse questo verbale e "dichiara sotto la sua personale responsabilità"? Pur vero che "si salva" dicendo che "all'inizio delle ostilità non c'era" in altri documenti. Ma in quello sopra riportato è fuori ogni dubbio che ci fosse stato. Che dire a proposito?

 

Sul fatto poi che le S.S. cercassero Verzotto, non solo è nel normale corso della vicenda...( Verzotto, in ogni caso è un ricercato! lo afferma egli stesso),  chiedono al Prefetto Fiscon chi sono i partigiani e non chiedono di Verzotto,  loro capo, sembra credibile?... Ma che lo cercassero  lo scrive una fonte autorevole l'avv. Giancarlo Galileo Beghin nel suo libro "Il campanile brucia", a pag. 165, si cita: "prima di iniziare la decimazione, (il comandante tedesco n.d.r.) chiede  al commissario Prefettizio,  Evanzio Fiscon, anche lui fra i prigionieri, di indicargli i partigiani presenti, per non coinvolgere nella rappresaglia cittadini innocenti. Insiste inoltre per avere informazioni sul nascondiglio di Graziano Verzotto".  Ricordiamoci che Verzotto è conosciuto come capo dei partigiani viste le sue frequentazioni con le Brigate Nere e il patto intercorso... quindi anche se non fosse riportato dai libri e dalle testimonianeze, dove lo è, sarebbe logico da parte dei rastrellatori chiedere di Verzotto.

 

ma non finisce qui ... l'avv. Verzotto accusa il regista di, si riporta testualmente, di aver fatto capire con il film che il fratello è:

 

3 - Vigliacco che lascia morire più di venti persone sul sagrato della chiesa invece che consegnarsi ai tedeschi (testuale dalla citazione) Ma è il fratello  che scrive "abbandonammo la piazza e ci ritirammo nei campi lontani..:" Lo scrive Graziano Verzotto, leggere sopra il documento originale. Non il regista Quattrina. E non è questa fuga che lascia campo aperto ai tedeschi per la rappresaglia? Riesciamo ad immaginare i partigiani in fuga... che ascoltano da lontano i colpi della rappresaglia? I testimoni sopravvissuti alla strage parlano di 40 tedeschi.. forse 60. Non cento, duecento o trecento... potevano riorganizzarsi? Certo a nostro parere. se ancora esiste la libertà di opinione.

 

 

Richiesta di ricerca su un articolo  tratto da: i GIORNI DI CAINO  dal TItolo

Graziano Verzotto:
sangue e petrolio
(da : I giorni di Caino di Antonio Serena)
L’incredibile storia di Graziano Verzotto, detto «Bartali», comandante partigiano
e confidente dei fascisti di Camposampiero - L’assassinio della maestra
Giuseppina Scopel a S. Martino di Lupari e le altre sanguinose imprese
della «Damiano Chiesa» - Le pesanti responsabilità di «Bartali» nell’eccidio
tedesco di S. Giustina in Colle - Le tappe di una bruciante carriera: da
senatore democristiano a Presidente dell’Ente Minerario Siciliano - Il coinvolgimento
nelle inchieste sulla mafia e nelle uccisioni di Mattei, De Mauro
e del giudice Scaglione.
Il dopoguerra non è stato avaro di notizie su Graziano Verzotto, un nome
che ha riempito le cronache politiche e giudiziarie per molti anni, specialmente
intorno agli anni settanta.
Originario di S. Giustina in Colle (PD) e stabilitosi in Sicilia, esattamente a
Catania, nel 1947, quale inviato della Democrazia Cristiana con il compito
di organizzare il partito nell’isola, Verzotto vi compì una folgorante carriera:
segretario regionale del partito, funzionario dell’AGIP, capo dell’Ufficio
Regionale per la Programmazione economica, senatore della Repubblica e
Presidente dell’E.M.S., l’Ente Minerario Siciliano.
Parallelamente a questa abilità politica erano venute esprimendosi anche le
capacità imprenditoriali di Graziano Verzotto: successi sui quali ebbe probabilmente
ad incidere anche un fortunato matrimonio con Maria Nicotra
Fiorini, attivissimo deputato democristiano di Catania e ricca proprietaria
terriera. L’acquisto di un’azienda agricola nel comune di Augusta, nel siracusano,
dove s’era nel frattempo trasferito, non fu che il primo degli anelli
del suo impero economico1.
Una carriera bruciante che dovette però interrompersi all’inizio degli anni
settanta. Indiziato di reato dalla magistratura per illeciti connessi alla
gestione dell’Ente Minerario Siciliano, coinvolto in un falso tentativo di sequestro
davanti alle porte di casa, il suo nome comparve nelle inchieste sulla
mafia e in casi clamorosi come le uccisioni di Enrico Mattei, del giudice
Scaglione e del giornalista Mauro De Mauro. Quest’ultimo, per il quale
Verzotto nutriva scarse simpatie, scomparve misteriosamente quand’era ormai
giunto ad identificare il mandante dell’assassinio di Mattei in un grosso
personaggio politico vicino allo stesso Mattei.
167
44 - Graziano Verzotto: sangue e petrolio
Vennero allora a galla altri particolari su questo emblematico personaggio
partito in braghe di tela dal Veneto nel primo dopoguerra, approdato in
Sicilia e diventato in breve tempo segretario di una Democrazia Cristiana
che candidava allora nelle sue liste pezzi da novanta come Genco Russo e
che vedeva Graziano Verzotto far da testimone di nozze ad individui come
De Cristina, noto mafioso implicato nella sparizione di Mauro De Mauro.
A cavallo tra il Settanta e l’Ottanta, Verzotto rappresentava ormai una stella
cadente nel firmamento politico italiano, ma il suo nome, prima di finire
nell’oblio, riempì le cronache dei giornali di tutta Italia.
Fu così che a qualcuno venne in mente di andare a togliere i veli al passato
meno recente del personaggio. In una serie di servizi, un settimanale
milanese riuscì a ricomporre il mosaico dei trascorsi giovanili del Verzotto,
quelli che lo avevano visto comandare, pur con impegno dubbio e alterno,
una formazione partigiana cattolica operante nella zona di Camposampiero.
Quella che segue è, senza nulla togliere, l’intervista rilasciata ad un settimanale
milanese da un superstite della Brigata Nera di Camposampiero. Infatti,
proprio al presidio fascista di Camposampiero, il partigiano Verzotto, nome
di battaglia «Bartali», approdò nel 1944, offrendo la sua collaborazione
in cambio di tranquillità e protezione.
- «Rammento che Verzotto si presentò al nostro distaccamento in seguito
ad uno dei bandi emanati dalla Repubblica Sociale Italiana per invitare
renitenti, disertori e partigiani a presentarsi ai distretti e a deporre le armi».
- VI ERA GIÀ NOTO IL SUO NOME COME CAPO PARTIGIANO?
- «Sì, era schedato come comandante della Damiano Chiesa anche se fino a
quel momento, come del resto anche in seguito, quelli della Damiano Chiesa
non avevano mai attaccato i nostri presidi, limitandosi ad azioni isolate
contro i civili».
- QUAL ERA LA SITUAZIONE NELLA ZONA?
- «Camposampiero si trova sulla strada statale 307 fra Padova e Castelfranco
Veneto; la statale 307, che si snoda quasi perpendicolarmente da Padova
verso il nord, segnava allora il confine fra le zone d’operazioni della Damiano
Chiesa: democristiana, comandata dal Verzotto, che operava ad ovest
della statale (e quindi a nord-ovest di Padova) e della Garibaldi, comunista,
comandata da Bruno Ballan, che operava ad est della statale e quindi agiva
nel territorio a nord-est della città».
- TORNIAMO A VERZOTTO: PERCHÉ SI PRESENTÒ AL DISTACCAMENTO DELLA
‘BRIGATA NERA’?
- «Voleva tornarsene a casa (i suoi abitavano nella zona) senza preoccupazioni
ed era disposto a barattare la sua tranquillità con un mucchio di
informazioni in suo possesso».
- INFORMAZIONI BUONE O FASULLE?
168
- «Buone, buone, anzi ottime. Ci fornì elenchi di nomi di partigiani da arrestare,
dati sugli aviolanci americani, tutta roba di prima mano. Ricordo che
soltanto per mettere le mani su tutti quelli che ci denunciò (almeno quelli
che riuscimmo ad arrestare) avemmo da fare per una ventina di giorni».
- CERCHI DI ESSERE PIÙ PRECISO. SI RICORDA QUALCHE NOME DI QUELLI
CHE VI FECE?
- «Sì, ricordo il nome di Bruno De Toni, che però ci sfuggì e morì in un
conflitto a fuoco con i tedeschi; quello di Bruno Ballan e quello di Bruno
Ceron, tutti esponenti partigiani della zona e poi tanti altri. Circa le armi ci
indicò dei depositi che recuperammo regolarmente e lui stesso ci consegnò
due pistole e delle munizioni che teneva in casa. Anzi, ricordo il particolare
che questo materiale ce lo fece consegnare dalla madre. Ma il colpo grosso
lo facemmo con il lancio alle Mandrie».
- SI SPIEGHI MEGLIO.
- «Semplice: ad un certo punto ci disse dove e quando l’aviazione alleata
avrebbe effettuato un lancio di rifornimento alla Damiano Chiesa. Così, la
notte indicata (i lanci avvenivano di notte), in località «Le Mandrie», vicino
a Santa Giustina in Colle, ad accogliere i contenitori che piovevano dal
cielo pieni di ogni ben di Dio, ci trovammo noi della Brigata Nera anziché
i suoi partigiani. Oggi, vicino alle «Mandrie», Verzotto ha costruito una
villa e ogni tanto ci viene in elicottero: ecco, quando atterra dietro la villa,
l’elicottero si posa più o meno nel punto dove quella notte, grazie a lui, fregammo
ai partigiani quel lancio favoloso. C’era di tutto; armi, munizioni,
viveri, persino delle macchine da scrivere e anche due motociclette americane
complete di pezzi di ricambio. Per noi che ormai andavamo a carbonella
era una cosa incredibile».
- INSOMMA, VERZOTTO ERA PASSATO ARMI E BAGAGLI CON LA REPUBBLICA.
- «In un certo senso sì, collaborava in pieno. Però non era molto tranquillo».
- PERCHÉ?
- «Gli era passata la paura di noi, ma gli era venuta la fifa dei suoi. Non
aveva tutti i torti: a dire il vero l’aveva fatta un po’ grossa. Così ci chiese
protezione e si trasferì praticamente in caserma. Ricordo che anche la sorella
venne a dormire in caserma per alcune notti. Ma non gli bastava. Volle
anche la vigilanza a casa sua e così noi della Brigata Nera ci alternavamo di
guardia alla sua abitazione»
- VOI FACEVATE LA GUARDIA ALLA CASA DI VERZOTTO PER PROTEGGERLO
DAI PARTIGIANI?
- «Sì, e la cosa durò per diversi giorni».
- E poi come andò a finire?
- «Ad un certo punto scomparve dalla circolazione. Io non ne seppi più
niente, finché non venni a sapere che era tornato al comando della Damiano
169
44 - Graziano Verzotto: sangue e petrolio
Chiesa. Non so come fosse riuscito a farsi accettare di nuovo nelle loro file,
sta di fatto che ci riuscì. Solo alla fine della guerra seppi che cosa aveva
combinato in quel secondo periodo».
In realtà era successo che, il giorno in cui l’aviazione alleata aveva bombardato
la stazione di Camposampiero centrando in pieno un treno carico di
paraffina, in località Sant’Andrea, nei pressi della fornace, Verzotto incappò
in una pattuglia fascista, uscita in perlustrazione da Campodarsego, che lo
arrestò nonostante il suo invocare a difesa il passato collaborazionista con
la Brigata Nera di Camposampiero. Lo arrestò e lo fece trasferire a Padova
da dove, non si sa come, riuscì però a farsi liberare.
Avrebbe certamente potuto far ritorno a Camposampiero, per rimettersi sotto
l’ala delle Brigate Nere, ma non lo fece. Evidentemente aveva calcolato
che non conveniva più. Le sorti della guerra erano ormai segnate, ed era più
opportuno scavalcare di nuovo la barricata, ritornare alle origini partigiane.
Adesso aveva dalla sua una nuova benemerenza, acquisita col breve soggiorno
nelle galere fasciste di Padova, ed era opportuno farla valere. Così,
nel novembre 1944, Graziano Verzotto («Bartali»), è di nuovo nelle file della
Resistenza, al comando della brigata Damiano Chiesa6.
Obiettivo inderogabile era adesso quello di rifarsi una nuova verginità politica,
così da far dimenticare la serie di utili servigi resi ai fascisti. E per
far questo non c’era che un mezzo: quello di mettersi in mostra con qualche
azione clamorosa. Ma, siccome affrontare i fascisti a viso aperto avrebbe
comportato qualche rischio, l’ex seminarista pensò bene di adottare la
tecnica del «mordi e fuggi» contro qualche fascista isolato e, soprattutto,
indifeso.
Fu così che nella zona della Damiano Chiesa cominciarono a verificarsi fatti
di sangue di una tale atrocità da esser ricordati con raccapriccio dagli
abitanti del luogo anche a distanza di anni.
Il primo è quello del ladro di polli e della sua ragazza. Sentiamo come il
citato settimanale milanese rievoca la loro triste storia.
«Erano due giovani di poco più di vent’anni: lui campava d’espedienti rubacchiando
nelle cascine, lei aveva solo il torto di esserne innamorata. Tutti
e due se ne infischiavano della politica e non distinguevano un fascista da
un partigiano. Ma ebbero ugualmente la disgrazia di incappare negli uomini
di Verzotto. Non si sa quali furono i capi d’accusa, se politici o comuni,
non si sa come si svolse il ‘processo’, non si sa niente: si sa soltanto che
vennero ‘condannati a morte’ dal ‘tribunale militare’ della brigata e che la
sentenza fu eseguita immediatamente.
I due ragazzi vennero fatti inginocchiare l’uno accanto all’altra e costretti
a recitare insieme l’«Atto di dolore». Poi, dopo questo allucinante tocco
religioso che equivaleva ad una firma, una mano assassina avvicinò alle
loro teste una pistola premendo più volte il grilletto. E i ragazzi caddero col
viso sfracellato in una pozza di sangue»7.
170
Fu poi la volta di un contadino di Piazzola, un reduce della prima guerra
mondiale, mutilato. Dopo un lungo periodo di prigionia in Austria era
ritornato finalmente a casa, ma le gravi ferite alle gambe lo avevano reso
inabile al lavoro. Si trascinava allora per il paese, offrendosi per qualche
lavoretto che era ancora in grado di svolgere.
«Un giorno del 1944 - racconta l’inviato di «Candido» - passando davanti
ad un cascinale, udì un ufficiale tedesco imprecare con un contadino perché
non riuscivano ad intendersi sul prezzo di una bestia. Uno non parlava
tedesco, l’altro non parlava italiano. Il mutilato si fece avanti e, nonostante
la sua scarsa conoscenza della lingua tedesca, riuscì a fare da interprete.
L’ufficiale tedesco, un maggiore che comandava un distaccamento nelle vicinanze,
gliene fu grato, al punto che volle riaccompagnarlo a casa con il
suo automezzo.
Il mutilato era felice e per molti giorni continuò a vantarsi della cosa. Questa
sua ingenuità gli costò la vita. Una sera lo andarono a chiamare a casa - Ti
vuole il maggiore -, gli dissero, e lui si avviò raggiante nel buio, arrancando
dietro i suoi accompagnatori. I quali, però, non erano inviati del maggiore,
ma partigiani di Verzotto venuti ad esercitare la spietata ‘giustizia’ dell’ex
seminarista nei confronti di una «presunta spia fascista».
Il corpo del mutilato di Piazzola venne ritrovato qualche tempo più tardi da
un cane da caccia sotto un mucchio di sterpi»8.
A Borghetto, una frazione di San Martino di Lupari, insegnava nel 1944 alle
elementari Giuseppina Scopel. Trentasette anni, originaria di Cesiomaggiore,
aveva il torto di aver aderito alla Repubblica Sociale e di averlo affermato
pubblicamente in più occasioni. Non solo. Aveva anche organizzato la confezione
di pacchi dono da inviare ai soldati al fronte. Una provocazione
intollerabile, che meritava una pronta risposta.
Il mattino del 10 novembre 1944 - erano all’incirca le 10,30 - due uomini
sbucarono all’improvviso e, tagliando tra i campi dove un gruppo di contadini
era intento a raccoglier pannocchie, puntarono decisi sull’edificio della
scuola.
Un attimo dopo, alte grida si levarono dall’interno di un’aula. I contadini
smisero di lavorare e, alzati gli occhi, videro i due trascinare per i capelli la
maestra Scopel che gridava: «No, no davanti ai bambini. Non uccidetemi
davanti ai bambini!» I due la scaraventarono allora per terra e la freddarono
con quattro colpi di pistola. I bambini schizzarono fuori terrorizzati, alcuni
inciamparono sulla loro maestra e si macchiarono i grembiulini di sangue.
Le autorità della R.S.I. aprirono subito un’inchiesta, interrogando i testimoni
oculari, e il nome di Verzotto venne subito a galla come uno dei partecipanti
all’impresa. Ma la fine della guerra mise fine alle indagini e il fatto venne
rubricato come «atto di guerra».
Si giunse così, tra crimini ed imboscate, al 27 aprile 1945, un giorno che a
Santa Giustina in Colle è ancor oggi ricordato con orrore.
171
44 - Graziano Verzotto: sangue e petrolio
La guerra era ormai finita, i presidi fascisti avevano deposto le armi, i tedeschi
si ritiravano. Sulla piazza di Santa Giustina erano rimasti solo due
soldati tedeschi, attardatisi sulla loro motocarrozzetta ed in procinto di raggiungere
il loro reparto già transitato.
Con uno di quei gesti insensati e vili di cui purtroppo abbonda la letteratura
resistenziale di quei giorni, Graziano Verzotto, appostatosi coi suoi all’interno
della canonica, aprì il fuoco contro i due tedeschi. Il soldato del sidecar
restò fulminato, ma il pilota riuscì a fuggire e corse ad informare gli altri
dell’accaduto.
Come facilmente prevedibile, i tedeschi tornarono sui loro passi alla ricerca
dei responsabili. Verzotto e i suoi se l’erano però squagliata, lasciando la
popolazione in balia della rabbia dei soldati.
L’agguato era partito dalla canonica e lì i tedeschi si diressero, incuranti del
fatto che nel frattempo, dileguatisi i partigiani, vi avevano trovato rifugio
dei civili che, all’arrivo dei militari, si arrampicarono su per la scaletta del
campanile. Arrivati in cima, nel tentativo di sfuggire agli inseguitori, i poveretti
lanciarono all’esterno le corde delle campane e vi si aggrapparono
nella speranza di ritornare a terra, ma dal sagrato altri tedeschi aprirono il
fuoco ed i colpiti si schiantarono al suolo. Dopodiché anche i superstiti della
canonica, compresi il parroco e il cappellano, vennero riuniti, messi al muro
e falciati a raffiche di mitra.
Nell’eccidio persero la vita le seguenti ventiquattro persone:
Don Giuseppe Lago, parroco, 65 anni; Don Giuseppe Giacomelli, cappellano,
30 anni; Vincenzo Casale, 37 anni; Alfonso Geron, 33 anni; Giovanni
Marconato, 26 anni; Egidio Basso, 16 anni; Attilio Casarin, 44 anni; Giovanni
Comacchio, 56 anni; Angelo Pegoraro, 24 anni; Mario Beghin, 18 anni;
Giovanni Ballan, 33 anni; Fausto Rosso, 27 anni; Rinaldo Binotto, 32 anni;
Gino Binotto, 17 anni; Gianni Ortigara, 17 anni; Dino Bertolo, 31 anni; Leone
Zoccherato, 21 anni; Vittorio Martellozzo, 29 anni; Mauro Manente, 31
anni; Davide Dalla Bona, 34 anni; Valentino Fiscon, 18 anni; Gino Luisetto,
21 anni; Vito Filipetto, 32 anni; Angelo Munaro, 27 anni.
Nell’immediato dopoguerra, su iniziativa di Duilio Munaro - un capo partigiano
comunista che fu comandante di piazza a Camposampiero, mentre
Verzotto si installava nel comune del paese con la «Damiano Chiesa» - si
cercò di raccogliere un dossier sui misfatti di «Bartali» per arrivare ad incriminarlo.
Furono sentiti al proposito anche i militi della «Brigata Nera»
alla quale Verzotto aveva offerto i suoi servigi. Purtroppo, però, Munaro
non arrivò mai ad attuare il suo proposito. Incriminato per l’omicidio del
mugnaio di Torre di Buri (S. Giorgio delle Pertiche), certo Liviero «Pezzato
», eliminato dai partigiani a scopo di rapina, Munaro venne condannato
all’ergastolo e tolto di mezzo da una giustizia insolitamente rapida e severa
- per quei tempi - nei confronti di un partigiano. Verrà in seguito appurato
che il capo partigiano comunista non aveva niente a che vedere con l’assassinio
del mugnaio, ma intanto era stato tolto dalla circolazione, facendosi
parecchi anni di carcere prima di uscire con l’amnistia Saragat.

 

Questo articolo contiene un punto di vista "altro" e alcuni errori storici oramai accertati. Ma fondamentalmente è un documento e testimonianza che, seppur detta da uno che "stava dalla parte sbagliata", ha un interessante punto di vista testimoniale e "sinotticando" con altri avvenimenti, ci sono molti punti di incontro.

L'assoluzione di Verzotto da parte del CNL

                                                           Documentazione sull'assoluzione da parte del CLN di Padova di Verzotto

 

Il documento sopra riportato non ha data, per tanto a livello storico potrebbe portare a molti "perché" e "dubbi", però, se lo si legge con attenzione, conferma  in pratica tutti gli avvenimenti di accusa, mitigandoli in una "assoluzione politica" più che altro, (come tante in quel periodo)  a parere anche di molti storici, fra i quali il prof. Ceccato. Dobbiamo far notare che detta "assoluzione" non fu fatta da un tribunale del Regno o della Repubblica italiana. Ma da una Commissione Disciplinare. Quindi un organo "privato". Un po' come, per fare un esempio molto semplice, che fossere assolti da reati attribuiti dei parlamentari, non dal tribunale civile o penale ma dalla Commissione interna di Partito.  E non da un vero Tribunale. Chiaro quindi che il documento, in un contesto storico e in un contensto documentaristico/filmico, trova il tempo che trova. Un fatto ancorchè bizzarro risiede nel caso che Graziano Verzotto, per difendersi, cita due documenti (autenticati dal Verzotto, da se stesso. Sic) di fascisti, tale comandante ALFREDO ALLEGRO (che afferma che Verzotto non consegnò nessuna arma mentre per la Commissione si...)  e tale TOMASO CALVI (busta gabinetto del Prefetto N° 602) che recano alcune lacune. I documenti di codesta busta inoltre contengano molte denunce e testimonianze contro Verzotto e sue difese.  Si allega quindi a seguito la documentazione contenuta nella busta. Dai documenti in sintesi elencati e riportati ogni lettore può farsi la sua idea sulla validità storica o meno di un documento sopra riportato che non riporta nessuna data... Le sottolineature e appunti sottoriportati sono del regista e sono state fatte durante la scrittura della sceneggiatura. In paricolar modo è interessante la nota D del documento sopra riportato in netto contrasto "tecnico/operativo" con il punto E. Uno svarione notevole.

Certo che il fatto è bene strano. Perchè Verzotto, dall'accusa di tradimento mossagli contro, non porta a testimonianza i suoi partigiani? (Vedi documento sotto)  Con un colpo diciamo così di teatro, porta a testimoniare i suoi ex "nemici". Cioè dei fascisti. Bizzarro vero? Interessante notare che non eisste la firma di Tomaso calvi, ma è lo stesso Verzotto che ne garantisce l'autenticità.

Questo documento comunque sarebbe una copia stando a quando scritto sopra al foglio. Quindi non possiamo escludere a priori che l'originale (che non si trova) avesse la firma. Ma i dubbi ce li toglie lo stesso Verzotto scrivendo "per l'originale". Valore per gli storici? Solo di curiosità ma sui fatti 0. Non solo. L'analisi comparativa dello sviluppo  grammatica e del modo di scrivere, dell'uso dei terini e dell'intercalare,  può portare a considerare l'ipotesi che  sia lo stesso Verzotto ad averla poi scritta di proprio pugno. Per confutare questa osservazione, provate a leggere i documenti relativi ad Ada Giannini: "Dichiaro sulla mia personale responsabilità"... Sulla mia.

Ecco qui sotto l'altro documento del fascista Alfredo Allegro a difesa di Graziano Verzotto. Da notare che , afferma Allegro, non ha MAI consegnato armi ai fascisti, mentre in realtà la commissione d'inchiesta e ricordo NON UN TRIBUNALE... afferma esattamente il contrario!

IL GIUDIZIO DI UNO STORICO

Nella commissione disciplinare che ha trattato il caso Verzotto, Benetti rappresentava il partito comunista, Fiorot il partito d'azione e, credo, Bidoli la Democrazia Cristiana. Benetti, pur disapprovando il comportamento di Verzotto, si era opposto alla sua eliminazinoe fisica chiesta - durante la lotta partigiana - dall'ala intransigente del suo partito (in particolare da colui di cui Verzotto aveva preso il posto nel settembre 1944 al vertice del battaglione "Sparviero" (cioé Timante Ranzato ), perchè aveva capito che dietro all'operazione di patteggiamento con fascisti e tedeschi c'erano la Democrazia cristiana padovana (quella del futuro prefetto della liberazione Sabadin) e la Curia padovana (nelle persone di don Mario Zanchin e don Ugo Orso). In effetti Verzotto aveva per mesi resistito alle pressioni esercitate su di lui perchè abbandonasse una formazione partigiana inquadrata dai comunisti, tanto che per convincerlo don Orso (cappellano della Banda Carità) aveva svelato ad Alfredo Allegro il vero nome di Bartali e il suo indirizzo, consentendo ai fascisti di fermare il padre ed un fratello e di ricattarlo. Verzotto aveva ceduto alle pressioni malvolentieri, ma nei mesi successivi diventò più realista del re, cioè più anticomunista dei suoi padrini politici, che negli anni successivi non lo abbandonarono quando a S. Giustina divenne impopolare, procurandogli un incarico di coordinatore politico in provincia di Catania (1947-1948) dove conobbe la sua futura moglie e gettò le basi della sua brillante carriera politico-manageriale.
La conclusione della commissione disciplinare che escluse un tradimento è un evidente compromesso politico. Io credo si possa parlare tranquillamente di "tradimento della causa partigiana" perchè la lotta antifascista e antitedesca non prevedeva accordi col nemico, ma una lotta senza quartiere. La sentenza della Corte d'assise straordinaria nel processo Tommaso Calvi dimostra indiscutibilmente che gli accordi di dicembre furono di vantaggio per i nazifascisti - che videro praticamente scomparire ogni forma di lotta armata nel camposampierese - e quindi rappresentarono un "tradimento della causa partigiana".

 

NOTA  - A. p. 152 del  libro Resistenza e normalizzazione in alta padovana di E. Ceccato, a proposito del processo in Corte d'Assise straordinaria di Padova a Tommaso Calvi (il fascista testimone a difesa di Graziano Verzotto - sic - n.d.r.)  - che aveva aderito all'accordo con Verzotto del dicembre 1944 per conto delle Brigate Nere di Camposampiero - i Giudici si rifiutarono di considerare l'accordo (con Verzotto) come "attenuante" a suo favore, in quanto tale accordo  "conseguì lo scopo di disarmare i partigiani incorrendo, in tal modo, in un nuovo fatto di collaborazione militare col nemico".  

 

 

Un'altro documento che lascia, agli storici, aperti degli interrogativi e dubbi

Nel 1999 Graziano Verzotto, alla riapertura delle indagini sulle stragi, venne sentito dal Procuratore Militare dott. Dini e rilasciò questa dichiarazione che trascriviamo integralmente e che lascia aperti interrogativi inaspettati. Si cita integralmente: "Due tedeschi furono uccisi nei pressi di Santa Giustina. Queste uccisioni furono quelle che scatenarono la rappresaglia a Santa Giustina ad opera pare sia stata una formazione tedesca,  di SS, che erano di stanza a Castelfranco. Dico ciò non perché all'epoca ne abbia avuto una conoscenza diretta, ma sulla base di una ricostruzione storica operata di recente dal porf. Egidio Ceccato che mi ha dato riscontro in una sua pubblicazione."

 

Basta leggere i documenti riportati in questo  sito per comprendere quanto strana appare questa dichiarazione.

Grazie alla Magistratura Militare di Verona per aver fornito questi documenti.

 

 

 

 

 

 

Grazie al prof. Giuseppe Criscenti, riceviamo queste pagine che ci ha inviato del libro "La resistenza dei cattolici nel padovano". Già nel 1965 la responsabilità dell'eccidio veniva attribuita a Graziano Verzotto.